domenica 15 marzo 2015

#Racconto - Forcipessa


La nota era uscita più incrinata del solito, nell’aria satura di quel mattino di Giugno. Benché continuasse a provare, Leda capiva di come la sua voce avesse ormai ben poco da dire. Non capiva se era per colpa delle troppe sigarette o dei pensieri che la assalivano ogni sera, quando pensava a dove la sua arte l’avrebbe portata 
Cantava da quando aveva otto anni e così aveva fatto nelle due decadi a venire, ma un po’ per il timbro particolare e un po’ per il suo caratterino non era mai arrivata lontano. Ogni estate era sempre la stessa storia, con lei che ripeteva a se stessa quel patetico “non lo faccio per vincere, io non canto per gli applausi di chi mi sta davanti”. Balle. L’onestà intellettuale era una cosa che in quei momenti veniva a mancare, nonostante la sua grande capacità e il talento che lei stessa sapeva di avere. Dinanzi agli altri capitolava per tornare essere quella bambina spaurita che aveva usato la voce per distinguersi dalla mischia e dire al mondo il suo male.
 
Le note steccavano per via dell’alcool, per i Gin Tonic mandati giù a grandi sorsi uno dietro l’altro la sera prima. Stesa sul letto, nella camera di un albergo brutto, fatiscente, sporco. Una zona di frontiera, quasi di scambio i mondi.
Il fallimento serpeggiava, padrone nei suoi pensieri. Non le bastava più nulla: gli amici, la sua bella casa, il lavoro ben pagato che aveva ottenuto senza fin troppi sacrifici, quella cattedra in fisica e matematica.
Era un genio. Così dicevano. E a volte quella parola la detestava: non voleva essere solo speciale, voleva esserlo per il mondo interno. La voce era la sua vendetta e le parole il veicolo del riscatto, la via d’uscita dalle ferite che sempre aveva nascosto agli altri con un sorriso, una risata sguaiata, l’atteggiamento provocatorio e da puttana. Una puttana dell’arte, ecco che cosa pensava: una puttana che non tirava mai fuori gli artigli al momento giusto e che si lasciava rapire dalla mediocrità altrui, annuendo e manifestando il suo assenso senza mai dire cosa veramente pensasse.
 
Dopo tanti tentativi andati a vuoto, le sue corde vocali cercavano di risalire la china e lo facevano in modo goffo, ridicolo, come aggrappate a una parete lisciata d’olio. Leda aveva come l’impressione che anche loro avessero pena di lei, dei suoi ideali perseguiti senza ottenere mai nulla, del suo continuo credersi ‘artista’ al di fuori dei compromessi di un sistema sbilenco, nepotista e buffone.
Quelle note, nel loro incrinarsi, le suggerivano di dire basta, di porre un freno alle stupidaggini che andava facendo da troppo tempo.
Nessuno l’avrebbe aiutata. Nessuno, quella sera, si era accorto delle emozioni che avevano accompagnato il suo canto.
Buttò giù l’ultimo sorso. Il bicchiere di vetro sciatto, il gin tonic come di spirito, alcool denaturato: ci sentiva il sapore del ginepro, il retrogusto di un vomito che da lì a poco sarebbe salito per il suo sterno.
 
Il grido che lei non poteva emettere sarebbe uscito per altre vie.  Crollò sul letto, piano piano cominciava a sognare.  Per la prima volta, non avvertì la paura di scomparire.

(Diego Salvadori)
Racconto tratto da Ri-creazione.

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