sabato 10 gennaio 2015

#Racconto - Atlantide

Mi trovai nei suoi occhi. Occhi che non avevo mai visto, vicariati da parole, fotografie, inviate per cinque anni in buste anonime, stropicciate.
Avevo fatto tutto per evitare che quel giorno arrivasse, cercato in ogni modo di dire no a quell’incontro, lasciare che il destino, di nuovo, fosse tramato in toto dai miei rimorsi. Non avevo fatto in tempo a pormi l’ultima congettura, che ero già lungo l’Arno, lì ad aspettarlo.


Nonostante l’avessi sentita una o due volte al telefono, riconobbi subito la sua voce. Il suo sguardo ambrato si stagliava su un volto liscio, privo di barba; mentre gli occhi scuri, viranti sul nero, mi cercarono all’istante, guardinghi, esaminatori.
Era diverso, lontano dall’idea che mi ero fatto di lui. Mentre scrutavo la sua figura, sentivo quegli otto anni ridursi a un giorno, a un’ora, forse un minuto. Guardai il fiume, solleticato dal vento, sorridermi quasi a congratularsi: aveva letto la felicità del mio animo, l’aprirsi di una porta fino ad allora socchiusa.
Ci incamminammo lungo il fiume. Intorno a noi, Pisa profumava d’inverno. Le luci, sospese sopra le nostre teste, quasi volevano darci il benvenuto in quel primo tragitto che stavamo facendo insieme. Non pensavo a chi avevo lasciato a casa, né provai rimorso per avere mentito. Era un momento mio: otto anni di attesa comprendono un arco di tempo che trascende i tuoi affetti, il tuo presente, ogni cosa con cui hai a che fare. E non volevo pensare ad altro, se non a noi, alla sua voce, al suo corpo che camminava di fianco a me e voleva avvicinarsi e farsi strada e nel mio di presente.
Il suo piccolo appartamento, al terzo piano di un vecchio palazzo, era quasi uscito da un romanzo medievale. La camera, costellata da libri di fisica e matematica, richiamava una personalità assai diversa da me, con cui però sentivo il bisogno di confrontarmi e scoprirla.
Ci abbracciammo in modo violento, come se da anni aspettassimo quel momento. Sopra il mio collo, quelle tracciavano segni, scie, solchi di quel bisogno che da troppo tempo veniva messo a tacere. Mi abbandonai nel profumo dei suoi capelli, sfiorai il petto con una mano, con l’altra cercavo il suo essere maschio: eretto, pronto farsi strada dentro di me. Avvertii la forza con cui mi slacciò i pantaloni, il mondo in cui scalciammo per toglierci le scarpe e rotolarci sul letto. Volevamo quasi strapparci le carni, entrare uno nel corpo dell’altro e farlo proprio, fino a scendere nel profondo dell’anima, assaporarla, cibarsene per entrare in quel mondo che, per troppo tempo ci era stato negato.Ti voglio.Volevo lui in ogni singolo anfratto, ogni centimetro della sua persona doveva essere mio. Perché poi tutto sarebbe tornato dov’era, chiuso e sigillato dagli anni che – bastardi – avrebbero ripreso a passare. Ho baciato quelle labbra, quelle guance; i suoi piedi come una Maddalena senza ritegno; era la mia crocifissione con lui, per lui, il supplizio più bello. Tradivo, avevo detto una bugia. Qualcuno, da qualche altra parte, subiva il mio peccato. La mia integrità moriva, ma il mio corpo vinceva quella battaglia e godeva di una sconfitta: il soccombere ai piaceri di quel corpo, sopra di me. Quel corpo di cui assaporavo il nettare e succhiavo le estremità,  che adoravo e vellicavo quasi fosse un gioiello e custodivo in me, nel mio solco, come un prezioso cimelio.I ricordi non erano più tali. Le fantasie svanivano quali cortine fumogene, lavate via dalla pioggia del presente, da quelle azioni che avevano la meglio su me, su di noi.
Non era più un’assenza.
Lo sentii sussultare, nel momento in cui il piacere lo travolse. Mi chiese di tenergli la mano, di sorreggerlo in quell’istante di perdita, quasi fosse sul punto di uscire dal corpo. Come fermatosi, di colpo il suo cuore riprese a battere, regolare.
Ci guardammo, consci di quello sbaglio, di un incanto rotto, spezzato, per lasciar spazio al vuoto dell’esistenza: a un giorno come gli altri dove io e lui avremmo messo radici. Ma erano radici proibite, sbagliate: una pianta infestante nata ai margini e ai confini del mondo.
 Presi i vestiti e uscii, senza neanche salutarlo. Imboccai le scale, spinsi la porticina: l’umido di quella rampa mi avvolse con un effetto calmante. Fuori, le voci degli altri mi ricordarono che il tempo aveva ripreso il suo corso. E non mi lamentavo del fatto che tutto fosse stato breve. Avevo avuto almeno il potere di fermarlo. 
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Il racconto è tratto da Ri-creazione, Racconti.

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