sabato 13 dicembre 2014

#Racconto - Levogiro

Levogiro 
Fanny è in fila dal dottore: è arrivata alla decima visita ma nessuno, ancora, è riuscito a trovare una cura per la sua malattia. I genitori sono disperati; la nonna, poverina, ha acceso chissà quanti ceri per velocizzarne la guarigione.
Fanny pesa 120 chili: ha iniziato a ingrassare due anni fa, dopo una bocciatura al penultimo anno del liceo. Da allora, nella sua dieta figurano alimenti che sarebbero banditi da qualsiasi regime pensato per restare in forma: al mattino, si scola un bel centrifugato di sedano; a pranzo, due piatti di minestrone e verdure lesse; per cena, infine, non rinuncia mai a una bella scorpacciata di frutta, due noci e – per chiudere in bellezza – infuso di piccioli di ciliegia. Come se non bastasse, quattro volte alla settimana si piazza sulla cyclette e dà inizio a una bella seduta di corsa, di solito della durata di un’ora e mezza. In casa sua, invece, tutti mangiano cose che fanno stare bene, cose buone e salutari per il corpo: stecche di cioccolata; piatti di carbonara a profusione; arrosti, cacciagione, pizze con doppia o tripla farcitura. Sono tutti alti in famiglia, alti e magri: arrivano – al massimo – a pesare cinquanta, cinquantasei chili. Lei è l’unica obesa. Come se non bastasse, la sua predilezione per le cibarie dai sapori sciapi l’ha portata a essere derisa anche a scuola, dove non si presenta da settimane. Eppure, anche se ha esaurito tutti gli stimoli per andare avanti, non riesce a smettere. Proprio non ce la fa.
Il dottore le apre la porta, sulla scrivania ha un sacchetto di patatine alla paprika e una bella lattina di birra, scura, doppio malto. Il solo odore, a Fanny, le fa venire il voltastomaco. La pesa, le tasta l’addome, fa scivolare tra polpastrelli la carne bianca, come lattice di caucciù, piena di adipe. Storce la bocca, sospira, la sua infemiera-assistente aiuta Fanny a salire sulla bilancia.
Centoventidue chili.
Il dottore è incazzato, non riesce proprio a accettare questa sconfitta. Era stato chiaro la scorsa volta: «non un chilo di più Fanny, non un chilo di più». Seee, col cavolo! – ripete adesso il dottore tra sé e sé – questa come minimo si è fatta un pinzimonio poco prima di venire in ambulatorio.
Fanny si sente scrutata, esaminata come una cavia da laboratorio; in colpa per il suo aspetto, per come è fatta.
La visita dura un bel po’, il dottore apporta altre modifiche alla dieta della paziente: due barrette al cioccolato e mou, aggiunte alla colazione a base di lardo, pancetta, tre uova strapazzate e formaggio fuso; una bistecchina di maiale in più per pranzo; tiramisù e sacher torte come se piovessero e, alla cena, un pollo alla diavola bello speziato.
«Ovviamente», aggiunge il medico, strizzando l’occhio «se vuoi farti anche uno spuntino a mezza notte, sappi che è bene accetto».
Fanny lo guarda sfinita.
Sono otto mesi che cerca di seguire la dieta. Otto mesi fatti di fallimenti, sofferenze, torture nel dover ingurgitare tutta quella roba. Gli esseri umani concepiti come contenitori di sostanze organiche, pronti a rilasciare il loro sottoprodotto dopo poche ore di digestione. E Fanny, mangiando poco, non svolge il suo compito, non è utile: il suo corpo non produce abbastanza materia che possa essere convertita in fuoco, luce, calore: un corpo non uniforme alle leggi del mondo in cui vive.
Fanny non obbedisce. Per più di tre volte è finita sotto accusa, rischiando di venire spedita nelle cantine dei Monti Ateranti: vere e proprie cattedrali sotterranee dove quelli come lei, ormai inservibili, si occupano di far funzionare i ‘convertitori’, degli enormi stomaci preposti a digerire e convertire gli escrementi del mondo in energia. Ancora non ha raggiunto la maggiore età per andarci, ma alla ‘chiamata’ mancano solo tre giorni.
I suoi pensieri si perdono nel vuoto dell’ambulatorio: fissa il camice bianco gesso, le labbra quasi trafilate al tornio dell’assistente-infermiera, il suo sguardo contrito e al contempo snob, sussiegoso, disapprovante.  
«Devi scegliere Fanny», questa domanda risuona nella sua testa, «scegli che cosa fare, o non avrai vita facile».
Ma non riesce a dare risposta.
Si alza, sbatte i suoi fianchi grossi e gommosi su un angolo della scrivania: i jeans, larghi quanto un armadio, la fanno sembrare una mongolfiera.
Dalla finestra a terra, pensa fra sé, ci saranno cinque, sette, otto metri. 

2 commenti:

  1. Quale ratio è all'origine di questo ed altri titoli? :) F.

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  2. E beh, vengono da soli. Ma ancora il meglio ha da venire :)

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