sabato 6 dicembre 2014

#Racconto - Gento

Gento
La rosa bianca aveva preso a sfiorire: i petali, un tempo lucenti, erano come corrosi, tarlati dal freddo di quell’inverno. Si era svegliata di soprassalto. Le sue labbra erano state sfiorate da un qualcosa di ardente e  infuocato come la lama di un boia. Sulle prime, pensò di essergli tornata accanto, che lui avesse passato la notte con lei: controllò l’altro lato del letto, nella speranza di trovare i lenzuoli gualciti o la federa sprimacciata del cuscino. Si era ingannata ancora una volta.
Ida era sola da quasi tre mesi. Per tutto quel tempo, era rimasta confinata nel suo giaciglio, a contare i minuti della sua solitudine. Niente era riuscito a smuoverla. L’unico contatto con l’esterno era stata quella piccola rosa, che aveva visto sbocciare, crescere e spampanarsi per declinare e sfiorire. Provò a chiamare il suo gatto: un nero felino con una macchia di ruggine sopra torace. Le labbra si contrassero come nell’atto di baciare qualcuno, fino a produrre il classico richiamo. Poco dopo, Gento era lì, sulla porta, per farsi strada sul letto disfatto a metà. Nel buio di quella stanza, le vibrisse oscillavano come un diapason.
Dei passi presero a riecheggiare d’intorno. La casa, con sua grande sorpresa, cominciava a animarsi: voci di bambini, dall’altra stanza, turbavano la sua quiete mentre, dal piano inferiore, la martellate facevano sussultare le pareti come se fosse in atto una scossa di terremoto. Gento fissava la sua padrona. Il piccolo naso, umido e nero petrolio, andò a sfiorarle la fronte. Ida cercò le forze per alzarsi dal letto, chiamò a sé tutte le proprie energie: ordinò a quelle gambe – quasi paralizzate – di mettersi in modo e obbedire ai comandi. Si sentiva come un blocco di sughero: stava a galla ma non riusciva a contrastare quelle correnti.
“Devo farcela”, continuava a ripetersi, “devo farcela in tutti i modi”. “Forza!”, gridava a se stessa, “in piedi, pelandrona che non sei altro!”.
Non ricordava quanto fosse doloroso. Spostò le gambe e piegò i ginocchi, uno dopo l’altro. Le parve che i muscoli si lacerassero, come se quel corpo non le stesse più appartenendo.
Nel frattempo, il baccano era come aumentato. Distinse altre voci, tutte e due femminili, provenire da oltre la porta. Parlavano dell’intonaco, del mobilio, di dove era necessario intervenire: sentì la prima, querula e saccente, snocciolare consigli e suggerimenti, col classico tono da ‘maestrina’; l’altra ripeteva un ‘sì’ dopo l’altro, ogni tanto rafforzato da un ‘ha ragione’ entusiasta.
Cosa fanno alla mia casa?
Benché alzata, faticava a camminare: la camera da letto non era grande, ma il percorrere quattro metri le portò via una buona mezz'ora. Non appena portava la sua attenzione su quei rumori di fondo, li sentiva di volta in volta più fragorosi: i passi si erano moltiplicati, le voci erano a loro volta di più. Qualche risata, ogni tanto, si ergeva su quell'anonimo tafferuglio e Ida ne era spaventata, quasi fossero delle minacce. A un tratto, i suoi passi si fecero svelti, fino a tornare normali, quelli di un tempo: le piante dei piedi poggiavano sul pavimento senza il minimo sforzo, le gambe andavano avanti e indietro. Non aveva più bisogno di sorreggersi alle pareti, aveva il pieno controllo del corpo.
Il divano in pelle marrone era rimasto come l’aveva lasciato tre mesi prima e la carta da parati, ornata dai bianchi racemi, copriva ancora i muri del bagno. Ogni cosa le ricordava di essere in casa propria, di abitare ancora quella dimora dove aveva vissuto per tanti anni. Ma quelle voci, quel brusio… ne era invasa, stavano dentro di lei, ne percepiva il riflusso a ogni metro che percorreva. Quando arrivò all’inizio delle scale, intravide delle sagome in fondo alla rampa. Mise il piede sul primo scalino, ma a quello sbalzo il suo corpo non resse.
Fu un lungo, lunghissimo capitombolo. Eppure non se ne accorse: volteggiava per quella discesa, vide il granito sbalzarle sugli occhi, la sua fronte sfiorarne la superficie di ghiaccio. Una volta in fondo, si aspettò che una di quelle persone si chinasse a soccorrerla, visto che erano in casa sua, a occupare quello che era il suo spazio. Uno dei due bambini, moro e con gli occhi simili a due bottoni scuri, la calpestò, senza neanche accorgersi della sua presenza.
Fu allora che catturò i discorsi delle due donne, quelle due voci che, fino a pochi minuti prima, aveva sentito di sfuggita quando era in camera. Avrebbero iniziato i lavori all’inizio della prossima settimana: la casa sarebbe stata restaurata da cima a fondo, volevano darle un’aria nuova, moderna e soprattutto lontana – così dicevano –  dall’atmosfera decadente  di adesso. Andò su tutte le furie: cosa avevano da dire sulle sue lampade in pasta di vetro? E cosa sulle pergamene d’inizio secolo, incorniciate nello studio di suo marito? Perché detestavano così tanto quella madia in salotto e il divano su cui lei aveva trascorso i giorni più belli di tutta la sua vita.
In quel mentre, Gento scese giù per le scale. Quegli individui si allarmarono subito, disgustati, quasi avessero visto una creatura di un altro mondo.
«E questo gatto deve sparire», tuonò subito la ‘maestrina’.
«Certo», faceva eco quell’altra,  «animalacci qui non ce ne devono stare». 
Poco dopo, il bambino con gli occhi a bottone gli andò contro, quasi a volergli tirare un calco. Il gatto riuscì a scansarlo, sgattaiolò dalla porta socchiusa.
Ida era stanca, stremata; non aveva voglia di tornare in camera ma non ce la faceva nemmeno a mettere piede là fuori. L’ambiente esterno la terrorizzava: non era mai più uscita dalla sera in cui aveva preso sonno, così, nel suo letto. Nessuno era entrato lì dentro fino ad allora e, adesso, il solo pensiero che quelle pareti fossero sul punto di essere smantellate la faceva soffrire, forse più di quanto aveva mai sofferto da viva.
Guardò ancora lo sguardo di Gento spuntare da un angolo della rampa e poi ci fu il buio, le ombre tornarono. Piombò nel sonno cui era abituata da mesi.
Il giorno di inizio dei lavori, Ida era seduta in giardino. Aveva indosso ancora la sua camicia da notte. Le dita, benché illividite, avevano ancora gli anelli. Guardò l’acquamarina sull’anulare. Un fremito, sordo e vitale, la scosse da capo a piedi: Gento era lì accanto a lei. Dopo tre mesi risentiva il suo manto, percepiva il calore di quell’animale che si strusciava alle sue caviglie.
“Andiamocene, non dobbiamo più stare qui”. Gli occhi di quel felino sembrano dirle questo.  
Ida accettò quel consiglio. Uscì dal cancello, per poi imboccare la via principale.

Ormai senza vita, la rosa giaceva sotto una pila di calcinacci e mattoni. 
(Diego Salvadori)

2 commenti:

  1. Amando molto il fantastico nero,il surreale e il film 'The Others' non ho potuto non apprezzare le atmosfere di questo tuo racconto...tra Henry James e Poe. F.

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