sabato 29 novembre 2014

#Racconto - Nebulosa

Nebulosa
Le mani cinsero quel collo bianco e lo dominarono quasi a volerne cambiare forma. I polpastrelli scendevano nella pelle: di cera, soffice, ancor piena di vita. Per un istante, gli occhi sembrarono capovolti; si rovesciarono nell’incavo delle orbite fino a mostrarne la parte segreta, il bianco che si mostra solo in due apici ben precisi: dolore e piacere. Guardava quel volto giovane, efebico. Le ciglia bionde, le  labbra sottili, le guance incavate, rosee, i capelli neri mandati indietro col gel. A un tratto, quella figura gli sembrò inerte, alla stregua di un manichino e i piedi scalciarono fino a sfiorargli i ginocchi. Strinse, ancora più forte, come se avesse in mano una spugna o un arancia da spremere. Si scricchiolava qualcosa di duro e molliccio.‘Grazie’ sembrò dirgli quel corpo esangue, ormai felice di avere lasciato il mondo.

Si erano conosciuti due giorni prima su Internet. Matteo era in cerca di qualcuno che lo aiutasse a mettere in atto il suo piano: nessuno lo sapeva, ma il suo corpo non ce l’avrebbe fatta (ancora una mese, forse, giorno più giorno meno) e, per quanto giovane e ancora inesperto, aveva deciso che sarebbe stato lui stesso a mettere fine alla propria vita.
Si erano trovati a casa di lui. Matteo non conosceva il suo vero nome e, anche se lo avesse saputo, non sarebbe cambiato nulla. La morte, in fondo, non ha bisogno di dati anagrafici. Si era presentato a lui scoperto in volto, senza nascondere la sua vera identità. Era alto, né vecchio né giovane: a Matteo parve un uomo sui quarant’anni.
La casa era grande, illuminata dal sole. Le finestre, ampie e dagli infissi bianchi, si affacciavano su un grande giardino di glicini e magnolie. Non era mai stato in quella città: Matteo aveva impiegato tre ore di treno per arrivarci. Durante il viaggio, tornava ancora su quei pensieri, al male che pian piano lo divorava. Nessuno lo avrebbe visto senza capelli o ridotto cagarsi nelle mutande: voleva essere padrone del proprio corpo, comandarne ancora ogni singolo impulso. Per lui, la fine sarebbe stata un atto formale, senza però il fantasma dell’abbandono.
Come sassi traslucidi, le pillole scivolarono nel suo palmo: “dormirò subito”, aveva pensato. Non era triste, sul suo viso non scese neppure una lacrima: mentre ingoiava quelle pasticche, la mente volò subito ai suoi genitori, allo sguardo spaesato di Decio, il collie un po’ tonto con cui era cresciuto: quella sera lo avrebbe sicuramente cercato per tutta la casa, coi suoi guaiti inconfondibili, quasi umani.
Poi, le immagini si persero a poco a poco.
Lo fece stendere sul divano. Gli di stare tranquillo e di scivolare pian piano nell’altro mondo. Mise un cuscino sotto la testa, sfilò le scarpe e adagiò una coperta sul corpo ormai prossimo al suo viaggio. Matteo sentì il petto torcersi su se stesso; la testa finita al posto ai piedi; immaginava di essere uscito dalla sua carne, dalle metastasi che la infestavano palmo a palmo.
Osservò quella scena con occhi di piombo, senza la minima espressione: vide la mano di quel ragazzino aprirsi e sporgersi verso di lui quasi in segno di aiuto. La prese, la strinse, ne sfiorò il palmo e la massaggiò col suo pollice corto.Il sangue scorreva più lento.
 
Matteo si sentì smuovere e sollevare. Vide le spalle, la schiena, col mento sfiorò il colletto della camicia. Gli sembrò di essere tornato bambino: quando suo padre, ogni notte, lo trascinava dal lettone alla sua cameretta. E questo fu l’ultimo ricordo della sua vita.
La mano che prima lo accarezzava gli fu sul collo  e una coltre, in breve, si parò davanti ai suoi occhi. Quel volto assunse mille forme, tante facce. Divenne un mosaico di sguardi. Il corteggio per il suo addio al mondo.
 
Prese quel corpo, lo adagiò dove lo aveva preso: ne osservò il volto perfetto, la forza vitale che quelle labbra semiaperte ancora esalavano. Prese a sfiorarle, dopo passò al collo, dove stavano per sorgere i primi segni di quel passaggio, la mappa verso un mondo che lui poteva solo pensare. Gli rimise le scarpe e cercò, come meglio poteva, di appiattire le pieghe su quella felpa.  
Portò gli occhi al di là del giardino, ma i glicini si interposero col suo sguardo. 

(Diego Salvadori)

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