giovedì 13 novembre 2014

#Racconto - Il periplo della vita

Angelo guardò la vallata e i campi lambiti da un esiguo branco di pecore. Le acacie scandivano il suo cammino e ognuna gli sussurrava qualcosa: un testimone per la prossima sentinella. Lui era la staffetta, il tramite segreto di quello scambio. 

Aveva iniziato a parlare con loro dopo la scomparsa dei suoi genitori. Se n’erano andati via una mattina, salutandolo con quelle frasi che, tutti i giorni, lo avevano accompagnato al risveglio: «andiamo nei campi, te fai il bravo che stasera torniamo». Fino ad allora, aveva avuto la presunzione di ritenersi unico e vedere il mondo girargli intorno: spesso, quando alla sera imbruniva e una specie di paura gli sobbalzava nel petto, si ripeteva che “mamma e babbo sarebbero tornati presto”, che non l’avrebbero mai lasciato da solo. Aveva tredici anni quando rimase orfano. I mesi successivi li passò a farsi mille domande, quasi fossero scale a chiocciola sopra il mare dell’incertezza. Da allora, prima che il sonno lo sovrastasse, aveva provato a percorrere uno a uno quegli scalini, senza mai passare oltre il quinto, per la paura di arrivare in cima e trovarci in agguato la verità. Nonna Alma si era presa cura di suo nipote: per evitare che la realtà fosse un peso troppo grande da sopportare, fece di tutto per tagliarlo fuori dal mondo. La strada sterrata, che da San Miniato si snodava per i boschetti e le vallate fino a Corrazzano, era divenuta il loro intimo microcosmo: il confine che teneva unito un legame e lo faceva sopravvivere immune alle voci che tendevano a sovrastarlo.

Quel giorno aveva fatto vent’anni. Nonna Alma era morta da due settimane. Si sentiva svuotato, perso in quell’andirivieni di luci e ombre che animavano la strada sotto i suoi piedi. Il sole di novembre, indebolito dalle nuvole in movimento, gli impediva di andare oltre il confine: i suoi occhi si fermavano al ponte col rio, rimpinguato dalle piogge recenti. Poche ore prima aveva aperto la busta, lasciata dalla nonna insieme ai preziosi e una piccola somma di denaro. Angelo non ci aveva capito granché: quelle strisce rettangolari color fucsia, con sopra un paffuto signore barbuto, non suggerivano le risposte che andava cercando: ‘Lorenzo Bernini’, ci aveva letto, senza capire a che potessero servirgli. La lettera occupava una sola pagina e risaliva a molti anni prima, all’incirca un mese dopo la dipartita dei suoi genitori. Adesso, sotto le pendule acacie, ripeteva a memoria le frasi che aveva letto, la verità che lo rapiva al solo pensarci e l’abbandono di cui era preda: il solo pensiero di essere stato tradito da coloro che, fino a quel giorno, erano stati il suo punto di riferimento. “Ce ne siamo andati”, continuava a ripetere, “se ne sono andati”. Li immaginava all’altro capo del mondo, in un luogo per lui inconcepibile di cui – ora – sapeva soltanto il nome.

Inviperito dal tramonto in arrivo, il cielo aveva preso a cambiare. Le chiome arboree, sotto il vento tagliente, stormivano in una nenia continua: la melodia che lo aveva accompagnato per tutti quegli anni.

«Adesso che faccio?»

Quelle parole si persero come un pensiero a alta voce. Con gli occhi, cercò contorni che gli fossero amici, ma solo la Rocca Federiciana era lì insieme a lui. Quel torrione gli ricordò la sua piccolezza; si sentiva agitato dal vento.

Nel ripetere ancora quelle domande, non si era accorto che il paesaggio era cambiato e che il vuoto imperlava ogni cosa: era giunto al limite dello sterrato, a una casa che non era più sua. Un canto, proveniente al di là del recinto, compose nei suoi pensieri un’immagine a lui sconosciuta. Mise a fuoco quel volto, incorniciato nei capelli raccolti di un rosso ramato. Tra i colori occidui, quella figura sembrò brillare ancora di più, quasi a suggerirgli la risposta ai propri interrogativi. E il canto continuava senza fermarsi: la donna, con in mano un cesto di vimini, raccoglieva dei frutti senza curarsi del buio incipiente. E lui si liberava da un peso, pronto a piombare in silenzio sui fondali del suo passato. Per la prima volta, sentì il bisogno di trovare il suo posto nel mondo. La Rocca catturava i suoi occhi, stagliata nell’incarnato del cielo.

Passò oltre, avido di scoprire se altri sguardi, come quello che aveva visto, stavano al di là della strada. La paura si dissolse del tutto: era pronto per cominciare una nuova vita.

Diego Salvadori

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