sabato 22 novembre 2014

#Racconto - "Il Nome"

Il Nome

Aveva messo i germogli in un vaso: germogli di rape, presi dalle verdure appena pulite. Aveva sempre avuto un debole per le piante spontanee, ribelli; per le corolle che crescono sull’asfalto, agli angoli delle strade, dove lo spazio non è spazio, ma semplice vita.  Ci abitava lei stessa, in una di queste zone di confine, laddove un rio, pronto a portare con sé gli scarichi della città, si gettava nel fiume maestro.
Le colava il naso: il primo freddo aveva portato con sé un fastidioso raffreddore che non voleva in alcun modo passare. Continuava a soffiarselo col fazzoletto azzurro, lanciando ogni tanto qualche bestemmia per gli starnuti che si presentavano l’uno di fila all’altro. Erano appena passate: il sole, a metà del cielo, illuminava una brina di plastica, invetriata, ancora immersa nella foschia del mattino. La casa, lasciata a se stessa e priva di orpelli, era riscaldata da una semplice stufa a legna. Anche l’arredamento era ridotto all’essenziale: un grande tavolo di granito, due sedie, un piccolo lettino nell’altra camera.
Tutto finiva qui.
Nessuno andava più a trovarla, come se quel rio avesse tracciato un limite fra lei e la realtà circostante. Era accaduto tutto cinque anni fa: il fabbricone, da sempre fonte di guadagno e lavoro per tutto il paese, aveva preso a far defluire i suoi scarichi verso il fiume. Quando il canale era stato scavato, nessuno si era reso conto che quella casa fosse abitata: con la facciata ridotta male, le crepe sui muri, i rovi che prendevano il sopravvento dalla base fino al tetto, appariva come una squallida catapecchia in attesa di essere demolita. E così erano andati avanti, per estrometterla con quel solco dalla terra restante.
Era rimasta in casa per tutto quel tempo: aveva visto   mutare forma; la realtà intorno a lei trasformarsi, quasi mossa da un impeto di ribellione. Sorda com’era, le erano anche sfuggiti il frastuono delle ruspe e il becero strillare dei lavoranti. Il solco era stato tracciato in un semicerchio quasi perfetto: da un lato il fiume, dall’altro in canale.
Aveva messo su un piccolo orto, cibandosi di quello che andava trovando. Non aveva mai avuto necessità di andare dall’altra parte. Il Natale, l’estate, l’inizio delle scuole: ogni convenzione fuggiva la sua esistenza e la lasciava libera, ogni giorno, di darsi regole proprie. Talvolta, osservava qualcuno lambire il margine della sua terra, dall’altra parte: cacciatori, ragazzini, e poi le coppie d’innamorati che di notte illuminavano il campo coi fari accesi delle auto. Ma lei non ci faceva più caso. 
Eppure, quella mattina percepiva l’imminenza dello scadere. Non conosceva più i giorni, non ricordava più la suddivisione dell’anno e i nomi dei mesi. Sapeva solo quello in cui lei era nata, forse perché da piccola era sempre stata chiamata in quel modo. Il canale scorreva privo di impeto: le acque, ferme e stagnanti, fregiate da chiazze di vario tipo. Da quelle acque, intravide un tappeto verde che fiacco ne copriva la superficie: parietarie, equiseti, vilucchi: le piante che amava da sempre.
Era dentro, i piedi toccarono il fondo. I liquidi le sfioravano il mento senza però lambirle la faccia. Respirava come meglio poteva e poi chiuse gli occhi. La fronte, già segnata dalla vecchiaia, si corrugò ancora, trasformando quel volto in una maschera stropicciata e posticcia.
Tornò a farle visita la paura, quando toccò il punto più profondo del guado. E l’impulso fu quello di sprofondare: sentì la schiena piegarsi, il torace come di stoffa; quel corpo s’imbeveva di linfa; più gli resisteva, più correva nelle sue braccia, ci si perdeva.
Fu del tutto sommersa  quando rivide quegli occhi: lo sguardo crudele di chi le aveva dato quel nome; di chi si era imposto alla sua innocenza, in quell’infanzia senza nessuno, senza padre né madre.
«Muoviti Aprile!»
«Forza, aprile, sbrigati! Non fare la fannullona come le altre».
Erano scosse, punture di spilli. Pungolature che, nella loro straziante presenza, le ridavano la forza, la rendevano combattiva, nonostante avesse quasi ottant’anni.
Quando riaprì le palpebre, si accorse che i piedi toccavano ancora terra: man mano che procedeva, il centro del canale si allontanava. Risaliva il declivio, osservò i campi arati.  Si sentì libera, nuovamente se stessa. Felice come non era mai stata. 
(Diego Salvadori)

4 commenti:

  1. Personaggi così sfortunati e indifesi (mi riferisco anche all'altro racconto) che, nel corso della storia, sembrano non avere molte alternative di fronte se non riconducibili a destini fatali...e invece regali loro una catartica rinascita...respiro 'voglia di ottimismo'. La frase più bella e tragica?. 'Eppure, quella mattina percepiva l'imminenza dello scadere': l'ho riletta un paio di volte, sembrava voler dire dire (dirmi) qualcosa di più. F.

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  2. è un racconto scritto, insieme a tantissimi altri, lo scorso anno e, solo adesso, mi sono deciso a riprendere in mano, 'sforbiciare' e renderlo pubblico. Hai colto nel segno: mi piace mettere il personaggio sulla carta, con la strada sbarrata e quasi lasciarlo agire senza il mio intervento, quasi fosse suo il compito di trovare una soluzione e 'salvarsi'.

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  3. Scrivi davvero benissimo! mi piacerebbe scrivere come te..
    Se hai voglia passa da me,!
    A presto... Dream Teller ^^

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    1. Grazie davvero per queste bellissime parole :) farò di sicuro un salto da te.
      D.

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