giovedì 28 febbraio 2013

[RACCONTO]: Mercurio




Per A. e M.P

Un mercoledì come tanti, seduta in macchina nel parcheggio del centro. Ci davamo appuntamento in quel posto. Ormai da molto: quasi due mesi. 
Guardai in alto, oltre il finestrino: il cielo era un mare capovolto; e i monti, là nell’orizzonte, si sospendevano nei toni della sera. 

Tutt’a un tratto la vidi: era sola. Come sempre. Riconobbi la postura, i capelli; lo sguardo sempre pronto a oltrepassarmi. 
Subito si scusò per il ritardo; e io, per quanto l’avessi aspettata, non fui proprio capace di replicare.

Avremmo girovagato anche stavolta. Voleva sempre andare a zonzo: brancolare. Mentre io sono una tipa sedentaria – a tratti monotona – e non mi piace partire senza una meta già decisa.
Con lei, tuttavia, è sempre difficile spuntarla. E misi moto, seppur piena di dubbi. 


Dopo un’ora, fummo in aperta campagna, proprio in mezzo a una radura di betulle. In quel punto, il terreno inghiottiva se se stesso, e un arco – quasi rupestre – si ergeva nel mezzo di quel frondame.

Il buio annullò ogni tensione: era un ingresso stretto, all’apparenza deserto. Più avanti, vi scorsi una lastra, imbullonata su entrambi i lati. La spinsi – si aprì senza gemere – per dare su un corridoio di luci al neon.

Mi mossi in un nitore ovattato: dentro, fino alle viscere. Tastavo le pareti di quel budello, verso un bagliore che ne indicava l’uscita.

Finimmo in un salone quasi immenso, simile a un grande teatro abbandonato. Per terra, degli intarsi in onice riproducevano un occhio tra due fiamme. E un lampadario, da sopra quel disegno, indorava le volte cremisi del soffitto. 
Tutt'intorno: fronzoli, cose di ogni tipo. Scatole, mensole e scaffali. 

Ci trovavamo – mi disse –  nel luogo degli oggetti prestati; dati a qualcuno e mai tornati al legittimo proprietario. 
Era una sorta di archivio, tenuto in vita da un personale specializzato, operante in tutti i paesi e le città del mondo. Ogni luogo ne aveva uno: celato e nascosto, ma raggiungibile – prima o poi – da chiunque. 
Certe volte – spiegò – le cose date in prestito compiono il cammino inverso, alla ricerca della strada di casa. Tuttavia, durante questo percorso, possono essere dimenticate, oppure sostituite da qualcos’altro, e destinate a perdersi. Ed è qui che entrano in gioco i “raccoglitori”: individui che – in ogni oggetto – captano la volontà del ritorno. È tutta una questione di legami – mi diceva –: più emozioni assorbono, più si fanno pensanti.  

Mentre Lena spiegava con fare quasi da maestrina, io presi a scrutare quell’antro, di tutti e di nessuno. 

Nell'avvicinarmi a uno degli scaffali, un luccichio catturò subito il mio sguardo: era il puntino di una penna stilografica, il regalo della mia prima comunione. All'epoca, devo essere sincera, non mi serviva; ma insistetti comunque per portarla a scuola: la maestra ne aveva una identica, e io mi sentivo speciale a poter scrivere col suo stesso strumento. La persi, e non credo neanche di averla  più reclamata.
Lì accanto, poi, scorsi una pietra: un ciottolo, forse calcite. L’avevo trovato in spiaggia, a Livorno, e restò con me fino alla quinta superiore. Poi, mio fratello – convinto che fosse un diamante – la portò a far vedere ai suoi amici. E niente più pietra.
E ancora, libri: Marivaux, Verlaine, il manuale di letteratura francese.
Mi irritò vederli lì, messi tutti in malo modo. Li avevo dati a una ragazza del corso, e da allora ne avevo perse le tracce. Capivo anche perché quell’ingrata avesse smesso di salutarmi, e sarei voluta correre a casa sua e riprendermeli. 
Avanzando, calpestai un che di morbido: un suono – sordo e stridente – echeggiò per tutta la stanza. Avevo messo il piede su un pupazzetto di gomma, un soldatino grande quanto una mano, mordicchiato – e non da denti adulti.

Verso sinistra, lo scaffale s’interrompeva.  Un accendino, di quelli usa e getta, mi strizzò l’occhio da quell’angolo abbandonato. 

Chiesi a Lena cosa ci facesse. Perché quell’aggeggio fosse lì. 
Sbrigativa, disse di non saperne niente. Ma io non le credevo, non era vero: la sua espressione mi nascondeva dell’altro. 
Presi in mano l’accendino, quasi arrabbiata. Lo strinsi, reclamando quel momento: l’istante in cui l’avevo perso. Fu allora che iniziò a farsi morbido, simile a pongo. E poi liquido, come plastica fusa. 

“Non puoi farlo – continuava a ripetermi alle mie spalle –, potresti, ma ora non puoi farlo” 

Avevo fretta, come se un tic tac mentale avesse acceso in me un istinto cleptomane. 

Toccai la pietra. 

Poi la penna. 

I libri che avevo letto, quasi amato.

NIENTE. Tutto era liquido come mercurio. Un liquido che, quasi fosse un maremoto, sembrò abbattersi su quel luogo incantato.

“Non c’è più tempo” mi disse. E queste furono le sue ultime parole.


L’onda mi assalì come una scarica di sassi. Riaprii gli occhi e vidi il volto di mia madre. 
Era mattina: lo capivo dalla nebbia, dal cielo azzurro sporco ancora della notte. 
Chiamai “mamma”: come sempre, senza nomi propri. Invocai quel legame cui dovevo la vita; cui ero tributaria anche adesso.

Dopo tutto quel tempo ero sveglia.

Non ricordavo granché dell’incidente: solo risa, schiamazzi e tanta gioia. Lena era accanto a me, quella sera dovevamo andare a una festa.  Non ci vedevamo da così tanto tempo che avevamo deciso di divertirci sul serio. Cantavo; e lei azzardava qualche movenza ridicola, imparata a chissà quale corso di ballo.
 "Dai, accendi!"
Frugai in borsa, sul cruscotto, ma non riuscivo a trovarlo. Di accendisigari – poi – neanche a parlarne. Sentii qualcosa sotto il mio piede, l’accendino era lì. 
Poi, boh, non so che altro dire. 

So solo che restammo insieme per tutto quel tempo. Sessantuno giorni in cui, provando a dirsi addio, abbiamo voluto – per l’ultima volta – splendere tra le luci della vita.
Insieme. 

(Diego Salvadori)

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