venerdì 19 ottobre 2012

[Racconto]: La dama dei mostri



Una volta, lungo una strada sterrata, cresceva un cespo di timo selvatico. Nessuno sapeva chi ve lo avesse piantato. Era da anni, forse decenni, che stava all’angolo di quel sentiero, e tutti si domandavano perché nessuno andasse lì a tagliarlo, perché, tra tutta quella desolazione, lo lasciassero lì a vegetare. 
Aveva un profumo inconfondibile; i fiori dal rosato all'azzurro.

Besa, ogni giorno, vi passava accanto. La conoscevano tutti in paese. 
Era una puttana. Questo è bene dirlo. Una di quelle donne costrette, sin da giovani, a obbedire al soverchiare dei maschi. Sua madre era stata una puttana e lo stesso era accaduto a sua nonna. 
Ma era una puttana particolare, Besa: lavorava coi i “mostri”, così lei chiamava: le creature che il mondo fatica a vedere umane o - come direbbe la gente - "normali".
Venivano da lontano, anche dalle città più distanti. 
La cercavano per il suo sguardo nerino; i capelli ondulati tendenti al rossiccio; per la sua gentilezza; il suo tatto di seta, quasi di talco. Trattava questi esseri come nessun altro aveva mai fatto, e li faceva sentire speciali, unici, anche se per pochissimo tempo.

Tutti facevano la stradina sterrata fino alla casa marrone sperduta là, in mezzo al campo. Non c’erano orari, né tantomeno giorni di festa; e lei, di questo, non se ne rammaricava: diceva che era stato il destino a metterle in dote questo dono, che era la sua missione far star bene quei poverelli.

Una volta gliene capitò uno tutto coperto di macchie, dal volto scoppiato, quasi fosse inarcato. Non si scandalizzava più di niente, lei, ma quando se lo trovò davanti, per un attimo, ebbe un brivido – come tante formiche – secco e fulmineo lungo tutta la schiena.
Si chiamava Eugenio, aveva solo 28 anni. 
Non parlava, né farfugliava. Emetteva solo mugolii e urla, quasi fosse una mucca affamata.
Ciononostante, l’omino che lo portò fin lassù, lo aveva pulito e profumato. Erano riusciti anche a mettergli una bombetta nera, in modo da farlo apparire meno agghiacciante.

Rimasti soli, Besa iniziò a darsi da fare, voleva che quell’essere uscisse da lì soddisfatto. Come le disse una volta la sua collega, la Nica, “fai veloce e falli sempre contenti”. 

Ma non appena arrivò a toglierli i pantaloni, Eugenio si ritrasse. Gemeva, mugolava, si allontanava in un angolo. 
Nei suoi occhi, così a Besa parve, iniziarono a sorgere della lacrime, e l’unica cosa che fu in grado di fare, fu quella di chinarsi sulle gambe della donna, iniziando sommessamente a piangere. 

E piangere, piangere. Piangere. 

Andò avanti così per un’ora.

Besa lo accarezzava, decifrando ogni singolo suono. Come se, nell’incomprensibile, trovasse la chiave per carpirne il segreto.

Gli asciugò il volto, livido e unto. Il tempo a disposizione era scaduto.
L’omino, attendendola sulla porta, le disse che Eugenio sarebbe stato ucciso la settimana a venire. Tutto era pronto: i genitori lo avrebbero portato in un campo, al solito pranzo domenicale; poi qualcuno, impugnato il fucile, lo avrebbe spedito su al Creatore.

Mentre la vecchia Citroen abbandonava il sentiero, sparendo tra le colline assolate, Besa si domandò se veramente Eugenio avesse provato dolore, se capisse – almeno in parte – quello a cui andava incontro.
Forse non lo sapeva.
Non si è mai a conoscenza, nel compiere un atto estremo, di quello che veramente si sta per fare. Tutto appare ovattato, molle, privo di senso; ogni cosa si deforma per dare spazio a un’incertezza che, sotto certi aspetti, è quasi confortante. 

I giorni passarono.

Besa non riceveva più visite. 

Le finestre sprangate. La porta imbullettata. 
La casa era come cotta dal sole, consumata dai raggi, vertebra dopo vertebra.

Nessuno sapeva che fine avesse fatto. 
Finché una notte, esattamente sette giorni dopo la visita di Eugenio, qualcuno, passando per quel sentiero, la trovò distesa, proprio sullo sterrato. 

Nessuno le fece il funerale.

Nessuno - ovviamente - la compianse.

Come i mostri, come quei minotauri, doveva stare rinchiusa nel labirinto. Un labirinto fatto di brulli sentieri, colline. Donne senza nome e senza vita.
E fu allora che quel cespuglio di timo iniziò a crescere.  Lì: proprio dove Besa era morta.
E nessuno, dico nessuno, ebbe mai il coraggio di sradicarlo.

Piccola, nel suo verde gomitolo, quella pianticella ricordava che lì, un tempo, abitava lei: la dama dei mostri.

(Diego Salvadori)

6 commenti:

  1. rapito e conciso.... ma molto struggente....

    RispondiElimina
  2. Magico!
    Grazie.
    Graziella

    RispondiElimina
  3. Complimenti. Da "collega" FBS credo di riconoscere quanto hai dichiarato sul modo di scrittura. Certo, però, la delicatezza con la quale descrivi i fatti e i sentimenti non si impara in nessun corso, bravo.
    Alberto Terreni

    RispondiElimina