venerdì 16 marzo 2012

[Racconto]: "Maree"



Incrociai quel viso non appena si mise al suo posto. Vent’anni, forse due in più. Aveva ancora un aspetto adolescenziale, specie negli occhi; sulle labbra; tra le screpolature per il gelo di quel febbraio. Le iridi verdi: di un verde spento e posato, simile a quello dei fiumi che non scorrono. E il volto: squadrato; netto. Uno sguardo deciso, di chi vuole sapere.
Cominciai a scrutarlo con minuzia e attenzione. Lo faccio spesso quando viaggio: è difficile da spiegare ma – stranamente – mi fa vivere di più; come se andassi avanti nelle esistenze altrui.
Un dettaglio mi colpì sin da subito, sul dorso della sua mano nervosa: dei numeri – scritti in un nero un po’ sbavato –, campeggianti ancora tra la peluria rada. Impossibile leggerli, nonostante gli spessi occhiali; ma ci provai, incuriosita, aggrappandomi a ogni singola intuizione.

Frattanto, il treno era avvolto dal buio: il fischio sibilava a singhiozzi, per la campagna immune da ogni presenza. Dal cielo, la luna sembrò sorridermi, senza nubi o flebili impedimenti.

Tornai a guardarlo; rimproverando a me stessa di quanto fossi frivola e sciocca, a interessarmi così ai fatti degli altri.
Perché mi ostinavo a vivere in realtà a me estranee ?
Perché – a ogni costo – far parte di un qualcosa non mio?
Ecco, questo non l’ho mai capito: non sono curiosa; non mi interessano le dicerie, i pettegolezzi o i passaparola vari. Basta un nonnulla – però – e mi lascio rapire.
In una vita di niente, cerco il tutto che la riempia.

E proprio allora decifrai quei numeri. 29.6.98: una data, per me insignificante; appartenente, pensai, alla decade passata.

Chissà: forse aveva un fratello, un cugino o un caro amico nati proprio quel giorno. Ma non capivo – tuttavia – la ragione di appuntarsi sulla mano i numeri di una simile ricorrenza (in anticipo, tra l’altro, di diversi mesi). No, c’era dell’altro.
Magari era un astrologo. Si! Un appassionato di astrologia che, quella sera, avrebbe calcolato la carta astrale del nipotino. Tra libri e vecchie carte, sarebbe stato tutta la notte a fare calcoli, cercando – vanamente – d’ingannare i capitomboli del destino.

O forse…

Ecco, non posso continuare.

Si è come chiuso. Impedisce che io lo guardi.
Non posso scrivere. Non posso più dirlo.

Sono senza ispirazione.
Sono vuota.
Di nuovo.


Ho ritrovato questo foglietto in una tasca della mia giacca, andando – per l’ennesima volta – alla ricerca del mazzo di chiavi. Ogni cosa si deposita qui dentro: biglietti del treno; accendini; caramelle liquefatte perché prive del loro involucro.
Frugo ed esce sempre qualcosa: questo paltò è un continuo sedimento di tracce.

La carta è porosa, grigiastra; fotocopiata sulla facciata opposta. E’ un volantino pubblicitario, come se ne vedono a bizzeffe sui parabrezza delle auto. E dietro, tra quelle pieghe spesse, una calligrafia – nitida e nervosa – ha steso il mio ritratto in un azzurro acceso. Inchiostro fresco, credo: la sbavatura di ogni lettera è fin troppo visibile.

E così, qualcuno mi ha osservato. Un volto estraneo, assente. Sconosciuto. Mai più ritrovato.

I capelli erano biondi, stopposi; inariditi da decolorazioni frequenti. E poi il corpo – si – quel corpo grande, indefinito, quasi ciclopico. Il respiro ansante e l’odorato di sigaretta.
Questo è quel che ricordo.

Poi ho chiuso gli occhi, semplicemente: il sonno avanzava con la forza di una marea.
Chi era davanti, però, si è reso conto di me. Dovrei stizzirmi, perché si è preso la mia esistenza; mi ha fatto suo, forse contro il mio volere.
Eppure, tra queste parole, rivivo i pensieri di quella sera.
E’ bello sentir parlare di noi: fare presa sulla mente degli altri.
Ho sempre avuto l’idea di un mondo fisso, meccanico: troppo chiuso in se stesso per questo genere di cose. Tutti verso un traguardo, una meta, un calcolato destino.
Rassegnazione. Passiva e umiliante.
Ho smesso di preoccuparmene, considerando solo me stesso; allontanandomi, dal centro, verso i confini di quel flusso. E qualcuno, da quel che vedo, ha fatto lo stesso. Mi ha trovato, nel nostro inverso remare.

Dormivo profondamente. L’esame era il più duro del semestre. E sulla mano, è vero, mi ero scritto quei numeri.
Ma, ahimè, non sono un astrologo.
Era una data, però, su questo ci aveva preso: temevo di non ricordarmela. E così, per sicurezza, me la sono appuntata anche sul corpo. In quel giorno, duecento anni prima, era nato Giacomo Leopardi: particolare banale – direte voi –, ma non si è mai al sicuro dagli scherzi della memoria.

Non so cosa farò di questo frammento. Il mio impulso sarebbe quello di gettarlo; ma, dopo tutto, sono parte di una leggenda: non so di chi, o per quale ragione; ma è così.
E vorrei dirle grazie, davvero. Anche se sono sceso di corsa, per rifugiarmi in una casa dove, di astrologia, non ne capiamo un bel niente.

(DIEGO SALVADORI)

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