lunedì 2 gennaio 2012

[Racconto]: "Narcosi"



Un corpo tornava ad abitare il mondo, rigirandosi da una parte e poi dall’altra.
Il letto era grande, messo lì nel centro: un tempo, adatto alla sua stazza. Ora – però – se ne stava in disparte, rannicchiato a sinistra in quel cantuccio.

Fuori, il mare era calmo. Intatto; placidamente fermo.
Sulla battigia: alghe; molluschi morti; ciottoli neri incatramati e lustri. Niente ombrelloni, sedie sdraio, schiamazzi estivi di tanti vacanzieri.
Era lo zero: l’inizio del mondo. Un canto, all’umano, della marina forza.
Con le sue imposte lise dal salmastro, pareva che la casa vi galleggiasse; rassegnata al vicino Tirreno, all’avanzare di marosi e libecci.

Più in là strapiombi, colorati scogli: variazioni, dal verde verso il giallo.
Il litorale stanco. Le palme dure; pagliose.
Un cardo, acceso d’ultravioletto.

Lui non vedeva. Non voleva vedere. Sotto il cuscino vi nascose la testa: chiuse gli occhi, s’immaginò nel buio.
Eppure era già preda di quel giorno.
Scese dal letto, allora, stropicciandosi gli occhi. I piedi nudi appoggiati sulla Terra. Ogni rumore era un fastidio, una tortura: persino i passi sul freddo pavimento.
Gli fu davanti, infine. Faccia a faccia. Dirimpetto a quella lastra d’argento.
Un corpo vuoto; libero. Lontano.

Un’irreale identità dispersa.

Non badò all’immagine del suo volto: lo conosceva; sapeva com’era fatto.
No! Aveva voglia di contare. Come faceva tutte le mattine: cominciare da uno, non fermarsi, andare avanti verso il suo traguardo.
Ciascun numero valeva per due; e, a ogni tappa raggiunta, una gioia – segreta e indescrivibile – baluginava tra i suoi pensieri stagnanti.
Era un rito che compiva da un anno.
Ripetizione, si, ripetizione di se stesso: copia di una copia di una copia.

Vedersi uguale per scoprirsi diverso.


Uno era lì troppo tempo: ricordava la sua forma e la durezza di quell’inizio. Due scendeva giù nel solco; il polpastrello – calloso – vagolava; rilevava nèi, cicatrici, escrescenze: decifrava il braille di una vita intera. Tre, al contrario, gli diceva "perfezione": i vertici del suo "ideale". Quattro era il numero odiato; l’anno in cui era andato in quel posto: il caldo, la sabbia, i lunghi inverni. Le cancellate incancrenite dal salmastro.

Cinque e sei non dicevano nulla.
Ma si sentivano.
E questo bastava.

Raddoppiava quei conteggi, con piglio quasi esattoriale, orgoglioso di aver fatto così tanto. Chissà cosa avrebbe avuto – si chiedeva – una volta raccolti tutti i punti.


Quattordici. Sedici
Diciotto.

Venti.

L’incavo bianco fu toccato più volte. In modo frenetico, quasi incredulo.
Per un attimo, sembrò tornare, e allontanarlo da quei preziosi istanti: li rivide spianati, quei solchi, sommersi tra le spugne della vita: era come se il suo corpo si riempisse di nuovo, richiamando a sé quel rifiuto disperso.


Ho fame.
Ho fame di vedermi.


Scese più in basso.
Erano ventidue, ora, le tappe di quel divenire.
Non doveva più trattenere il respiro, né mettersi di profilo per apparire più esile. Gli bastava restare fermo e constatarlo in quel modo, senza mentirsi.

Si vestì.
Lo scivolio della stoffa – su quella pelle abituata al niente – gli regalò un brivido inatteso.
Ricomponeva la sua vita, il suo destino, unendo i tasselli di un lungo anno. Trovava ricordi, immagini, contatti col mondo: chiavi, sigarette: i documenti di un’esistenza.

Ce ne vorranno di nuovi – pensò –, non sono così.

E rimise la mano sotto il pullover: le toccò ancora, una per una, quasi fossero una prova, una reliquia preziosa: il passaporto per la vita stessa.
E si avviò, dopo tanto, a rivedere quella distesa marina.

(Diego Salvadori)

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