sabato 23 luglio 2011

(Racconto) "Anima a colori"


A bella vista, su uno sfondo bianco, la scritta impressa recitava questo:



Super Cream.
Gelato alla panna con scaglie di cioccolato extra fondente

Il barattolo stava lì, immobile; e attraeva la sua brama di bambino ingolosito.
Davide lo voleva, voleva quel gelato a tutti i costi; e si girava, più volte, a riguardare quel recipiente.

"Dolce da far paura, proprio come piace a me".

Fummo costretti a portarlo via con la forza, altrimenti avrebbe avuto la meglio.


Camminavamo tra le luci e il chiasso di quel corridoio. Il friggere di una voce annunciava l’arrivo del diretto per Napoli. Due giovani, dinanzi a noi, si sfioravano le dita con segreta tenerezza. Vidi, nel negozio di giocattoli, il volto stizzito di un bambino: teneva in mano una scatola, un pacco color arancio. La madre – grande il triplo di lui – poco sembrava assecondare quel lo voglio ripetitivo, strascicato nel vano tentativo di convincerla. Dalla parte opposta, un pincher nero sostava ai piedi del padrone in trench.
Eravamo alla ricerca di niente: di un pomeriggio spensierato – forse –, lontano dal tran tran della settimana ventura. Di lì a poco, io sarei tornata sulle mie carte; lui alle immagini di cui era preda: schizzi, ritratti e primi piani.
Era sabato, e il venire del lunedì ci avrebbe di nuovo allontanati: io a Milano; e Giulio – il mio, se così posso chiamarlo, compagno – a Firenze.

Le urla di un gruppo di ragazzini mi distolsero da quei pensieri, e interruppero – di botto – quella ridicola grammatica dell’assenza.

A noi si era aggiunto anche Davide: aspirante pittore fresco di Accademia. Di statura non troppo elevata, moro, con i capelli rasati su un lato e lunghi dall’altro, ostentava un’aria da artista alternativo che si perdeva, e scompariva del tutto, nel fare caso al suo abbigliamento: sciarpa di cachemire, stivaletti blu, un bracciale d’oro spuntante – ogni tanto – dalla manica del dolcevita. Mi era stato presentato quale artista proficuo e futura promessa della pittura contemporanea. Dal canto mio, stentavo a crederci, ma Giulio – fermamente convinto – mi aveva assicurato che, da lì a qualche anno, avremmo sentito parlare di "lui". Era capace, in una sola frase, di chiamare in causa Warhol e Giorgione, spesso con degli accostamenti che a me – essere umano lineare, e fedele alla logica del due più due – facevano drizzare i capelli; spaziava dalle veneri preistoriche al periodo blu di Picasso, e tutto andava bene per illustrare e giustificare quella che era la sua produzione. Una volta ebbi modo di vedere una sua opera: un volto di profilo, colto nell’atto di vomitarne un altro, dipinto e sbozzato alla maniera dei glifi precolombiani. Per Giulio, quella era arte. Dal mio punto di vista, un po’ meno; ma non mi sarei mai sognata di andare contro il suo parere; ero troppo imbrigliata negli schematismi accademici per dire la mia, per non lasciarmi irritare da quelle pennellate folli e – al tempo stesso – opprimenti.
Nonostante il mio lavoro di traduttrice mi avesse spinto verso territori sempre più nuovi, in fatto di arte ero una tradizionalista ad oltranza: Botticelli è stato sempre il mio preferito. Sin da bambina, io e mio padre andavamo ogni domenica agli Uffizi; e ricordo di aver sostato ore davanti alla Primavera, come se, nel volto di Flora, scoprissi, di volta in volta, qualcosa di nuovo. Spesso, io e le mie sorelle ci eravamo messe sotto il pesco in giardino per imitare quel cerchio triadico, con indosso le lenzuola che mamma aveva appena messo ad asciugare.

Mi sentivo un po’ vecchia a fare certi pensieri.

Sapevo già che Davide sarebbe andato più avanti di me.

Salimmo le scale.
Non appena arrivammo fuori, sentii Dicembre pungermi le guance. L’aria profumava di festa: caramello e rum invadevano il marciapiede, emanati dai mandorlati lucenti e tagliati regolarmente, simili a stecche di granato. Davide li guardò e, ovviamente, ci espresse il desiderio di mangiarsi anche quelli: magro com’era, mi domandai dove andasse a finire tutto quel cibo.
Per un istante, mi lasciai inebriare da quell’odoroso tafferuglio, nel vano tentativo di buttarmi alle spalle un futuro non ancora passato. Guardai le mie mani, fasciate dai morbidi guanti color fucsia: avrei voluto fossero di qualcun’altra: di una scrittrice famosa, di una moglie di successo, magari con tanti anelli che, in un modo o nell’altro, avrebbero nascosto – illuminandola – la senescenza fin troppo evidente.
Mi sentivo immobile, priva di energia, sfilacciata ormai dalle parole che, a migliaia, erano passate per la mia testa. Il pensiero di altri – filosofi e scrittori – era fluito in me per arricchirmi, ma, al tempo stesso, per portarsi via anche me stessa. Ero un insolito pachtwork: bello da guardare; ma senza certezze, convinzioni e obiettivi.
Costavo cara: fior di quattrini a ogni traduzione; ma quello che avrei voluto dire, la vera me: tutto era rimasto chiuso e sigillato, imprigionato – in formaldeide – dall’insicurezza.

Nel giro di mezz’ora, percorremmo tutta Via de’ Cerretani.
Era tardi.
Tra meno di quaranta minuti avrei avuto il treno per Milano. Di nuovo, passammo davanti alle vetrine, per gli schiamazzi che – prima – avevano accompagnato il nostro andare: il pincher e il bambino erano svaniti. Ma vidi uno schnauzer aspettare il padrone fuori da un negozio di scarpe, e uno spilungone tenere al braccio un’anziana dai capelli fin troppo tinti: nel passarle accanto, un misto di naftalina e borotalco mi entrò violento nelle narici.

Il barattolo era ancora lì: semivuoto, graffiato, con i solchi invasi dalla sporcizia del luogo. La scritta, però, era ancora leggibile, così come vagamente si intuivano la forma e il colore del logo che – un tempo – avevano attratto il goloso impenitente.
Davide si fermò ad osservarlo.
Ancora ne aveva voglia.
Frattanto – in un’eco, povera di riverbero – 50 centesimi vi caddero all’interno: chi – a gambe incrociate – stava seduto per terra, ringraziò il benefattore mandato lì dal caso.

"Ne ho proprio voglia", ripeté.

"Si" – pensai – " questo ragazzo farà strada davvero".

Diego Salvadori

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