mercoledì 15 giugno 2011

Racconti: "Chiasso muto"


Quando riprese a solcare quell’erba erano poco più le nove passate. Era domenica: un principio di Marzo in cui il sole, debole ma denso, brillava nell’azzurro nitore del cielo. Da lontano, l’acqua sbattuta emanava crosciante un fragore continuo, pronto a solleticare il suo udito invecchiato. Varcava i canneti, i cespugli di giunco, saliva melodioso fin dentro la sua testa.
Da tempo non veniva sull’argine.
Un lembo di terra umido e liquido, in mezzo alla sua vita, tra Empoli e Castello – o Castelfiorentino, per essere precisi. Ma lei lo ha sempre chiamato "Castello", come del resto fanno tutti i Castellani –.
Lì, presso il vecchio mulino di Granaiolo, dove si era promessa di non tornare.

Livia era nata e cresciuta a Castello, in una delle tante famiglie anteguerra. Figlia di una burbera fiascaia, china a far trecce da mattina a sera, il padre trascorreva il suo tempo nei campi, rimestando la terra di un abbiente signore.
Con il vitto e l’alloggio ogni dì assicurati, Livia correva per i prati della sua infanzia, vedeva mutare il loro aspetto con le stagioni; e non sapeva ancora che, un giorno, anche lei sarebbe cambiata, per erigersi, donna, in quelle gialle distese di senape.
E per quanto lontana sembrasse, la svolta era già dietro l’angolo, pronta a deflagrare nel giorno d’Ognissanti. Mesta già di suo, giunse all’improvviso, come una nuvola, rabbiosa e dispotica, offusca il verde matto delle colline pomeridiane.
All’alba del suo tredicesimo compleanno, Livia era stata presa a servizio presso una famiglia del paese vicino. Da allora, per tutti i giorni a venire, avrebbe lavorato per la signora Niccoli, trasformandosi, così, in una perfetta donna di casa. L’incarico avrebbe occupato quasi tutte le sue giornate in quanto la padrona, reduce dal terzo parto, doveva badare all’ultimo nato.
Con l’amaro in bocca, ma incapace di ribellarsi, Livia accettava tacita il cambiamento, rincuorata dal pensiero che quello spettacolo, il suo "Vallone", l’avrebbe attesa a ogni suo ritorno.
"Non sarà per sempre" continuava a ripetersi. Così partì, iniziando il suo cammino.

Adesso, l’argine era cambiato.
In quella mattinata non ancora primaverile, Livia avanzava in silenzio – stanca – con in mano una sigaretta spenta: un vizio, questo, che aveva preso quando lavorava come infermiera. Non certo il massimo della correttezza – direte voi – così come fuori luogo erano le sottane troppo corte o gli orecchini maledettamente kitsch sfoggiati prima di iniziare il turno. Ma non se ne pentiva; e non rimpiangeva nemmeno l’ondata di biondo che finì col renderle i capelli simili a fieno. Erano tutte cose che la facevano sentire ancora di classe, nobile d’animo e di cuore, diceva sempre.
Avrebbe desiderato tanto fumare, ma le sembrava offensivo infettare di nicotina quell’aria nebbiosa così penetrante. Ancora bagnato dai recenti temporali, il terreno accoglieva a braccia tese i suoi passi e, indebolito dal peso corporeo, si lasciava affondare, trattenendo a sé il segnale di quel passaggio. Aveva la consistenza del burro, di cera ammollita per il troppo calore che, tra dita giocose, si lascia plasmare, rilasciando gocce prossime all’indurirsi.
Data la scarsa presenza di pescatori – ancora la stagione non era iniziata – decise di spostarsi al centro della strada maestra: più solida, ma comunque chiazzata da acquitrinosi crateri: segnali, anche loro, di innumerevoli passi, corse e tragitti. Da un lato, oltre l’argine erboso, il fiume scorreva in silenzio, fiancheggiato dagli alberi macilenti che, con indosso solo qualche gemma, vegliavano su quel liquido andare. Al di là: i campi e le colline. Al centro, Castelnuovo d’Elsa; a sinistra, Meleto.
Non tornava sull’argine da più di sessant’anni.
Nonostante il giovane braccio la sorreggesse con forza, Livia decise di fermarsi. Camminava a fatica e il ginocchio iniziava a dolerle: il tempo stava cambiando – di nuovo – e lei lo sapeva fin troppo bene.
Il rumore cadente dell’acqua pareva essersi dissolto e la ciminiera diroccata del vecchio zuccherificio era l’unico ancoraggio con il mondo circostante. Adesso era un rudere, un monumento ai mille e passa denti che, per tutto quello zucchero, erano finiti cariati.
A momenti, uno dei pochi treni avrebbe fiancheggiato il fiume; ma loro non lo avrebbero visto: che si stia da una parte o dall’altra, l’ubiquità è comunque negata a noi esseri umani. Su una carrozza di seconda classe, Livia aveva costeggiato quelle rive chissà quante volte, rasentando però un muro elevato, col tempo invaso da graffiti e colate muffose, pronto a sbarrarle, tirannico, la visuale. Un segnale perentorio, dogmatico e irreprensibile; pronto a dire: non si passa, non guardare. Sei di là! Qui non ti vogliamo. Continua il tuo percorso perché adesso non puoi fermarti.
E non si era più fermata.
Da quella volta.

Accadde un pomeriggio, ad autunno iniziato. Accatastate a mucchi, le foglie finivano per formare masse omogenee, dove le ultime parevano dissolversi, uniformandosi al colore delle precedenti. Tra gli scampoli estivi che aleggiavano nostalgici, i rami dei salici, velati da smorte cromie, sfioravano penduli l’acqua non ancora torbida.
Livia, quel giorno, si trovava a casa Niccoli; dove, nel corso degli anni, aveva continuato a lavorare. I rapporti tra lei e la padrona, ormai, erano divenuti amichevoli, a tal punto che aveva finito col trascorrere più tempo a Granaiolo che nel suo adorato "Vallone". Era a suo agio in quella casa, ci stava bene, soprattutto per via del piccolo Cosimo che, all’età di tre anni, vedeva Livia come una specie di seconda mamma.
E anche sua madre, quel pomeriggio, era venuta a trovarla, per potersi godere un po’ di tempo insieme all’unica figlia. Dopo averle mostrato la sontuosità e l’eleganza di quelle stanze, entrambe decisero di farsi una passeggiata sull’argine, anche perché la casa era posta proprio nelle vicinanze del mulino. Costeggiarono lo zuccherificio, sgombro dall’estivo viavai di barbabietole, e in breve tempo furono nei pressi del fiume.
Cheta e furtiva, l’Elsa scorreva lambendo le sue sponde, sfiorando il terreno con fare sibillino. Era convinta di poter sentire il risucchio di quella foce dove, chilometri dopo, si sarebbe mischiata con l’Arno. Ne osservò la superficie un po’ limacciosa ai lati, e il fiume le apparve, all’improvviso, come un ricettacolo di emozioni. Un raccordo tra ogni singolo essere e il mondo. Perché accoglieva in sé i sogni, le ferite, le speranze; fagocitando le impressioni più intense di regioni, città, paesi e persone, per mescolarle, poi, a quelle del mondo intero. Era per questo, forse, che nulla, lì, sembrava finire. Paradossalmente, in quell’alveo, la fine si esibiva sfacciata agli occhi di tutti, e a ognuno lanciava il suo monito.
Eppure, in quello scorrere terminale, Livia aveva imparato a guardare se stessa. In una gelida prosopopea, Elsa aveva accolto la sua immagine senza giudicarla; e quel cingere liquido, solenne, aveva permesso al tempo di fermarsi, dando alla sua mente l’occasione di prendere il volo.
L’assopimento in cui si perdeva, però, fu rotto da tre rumori concomitanti. Tre segnali che parevano provenire dalla medesima sorgente. Un campanello. Un fischio. Lo strepitio delle foglie. Un frullo continuo da Livia già udito in passato.
A bordo di una Bianchi nera, un uomo di mezza età si faceva strada tra i filari spogli, fischiettando allegramente un motivetto pucciniano.
Indignata per quella gioia fin troppo esibita, la madre di Livia cominciò a inanellare un improperio dietro l’altro, convinta che il buonumore, da solo, non portasse da nessuna parte.
"Ah, io pagherei a sapere icché avrà da vedé un dì codesto!".
Ma Livia non badò al suo brusco sentenziare, in quanto abituata a quell’ospite domenicale, che ogni fine settimana si presentava su quelle rive, forse per fare il suo giretto pomeridiano. La prima volta che lo vide arrivare sull’argine rimase incuriosita, spaventata a dire il vero. Sola, in quel luogo, con un uomo nei paraggi. L’avesse saputo mamma, ne avrebbe prese di santa ragione. Ma il segreto era al sicuro e poi lui non si fermava, non voltava mai lo sguardo, con un fare presuntuoso che, per certi versi, la indispettiva. Col tempo, quindi, aveva preso a considerarlo alla stregua di tutto il resto: parte di un contorno, che come veniva se ne andava.

Gli occhi di Livia si fermarono fissi; alla ricerca di qualcosa pronto a sorgere dal tempo. Che cosa ne era stato? Non sapeva spiegarselo, ma davanti a lei, come fiori di pietra erosi dal tempo, i ricordi affioravano senza alcun preavviso.

Dal sole illuminata, ma incupita sotto le frasche, la sagoma dell’uomo correva lungo il fiume. E, tranquilla, sempre di più si avvicinava agli occhi, a quei due grandi sguardi , tra loro imparentati. Ma se la figlia continuava a guardare l’Elsa e i riflessi ondosi, Ornella non riusciva a distogliere lo sguardo. Metteva a fuoco quell’immagine non del tutto nitida, rimuoveva e spianava quella pelle ormai increspata. Tornava indietro, fluttuante, verso i mari del passato. Non sentiva più il peso degli anni, le fatiche interminabili, le notti spese ad intrecciare; e l’esser stata madre, moglie e figlia, a loro volta, sembravano frammenti di una vita altrui. Nell’atrofia dei sensi, solo gli occhi divenivano il suo legame col mondo, e nessuno, forse, in quel momento lo avrebbe capito. Le sembrò che il fiume corresse al contrario, come una bobina riavvolge su se stessa il filo sparso. Lo vedeva ritornare verso il punto suo di origine, in quelle vasche millenarie, dove caldo è partorito dalla madre sua sorgente.
Durò un attimo. Eppure, per lei, fu come un lungo sogno, in cui ricadde, forse, anche contro la sua volontà. Un attimo d’eterno, che in quei miseri istanti era giunto a compimento fermando, chissà, la giostra dei ricordi per sempre.
L’uomo le superò, scontrandosi un’ultima volta con i loro sguardi; per congedarsi, alla fine, con la solita melodia d’apertura. Si voltò quando fu abbastanza lontano; ma nessuna delle due distinse l’espressione sul suo volto.
Era troppo distante.
Convinta che quello sguardo e il burbero ridire di poco prima lo avessero irritato, Livia guardò imbarazzata la madre, a sua volta in silenzio, sospirare profondamente.
Quando riprese a pedalare, e il sibilo delle ruote iniziò a svanire, tutte due si ritrovarono nuovamente sole.
Erano tornati i rumori, i soliti dell’argine. Il vento, l’acqua, la quiete. Tutto era posto dentro un chiasso muto.
"Tu mi fai sempre scomparire mamma! Che bisogno c’era di guardarlo a quel modo. Stai a vedere che è uno che conosce i signori, e ora tu’ vedi come mi riderà nì ‘vviso appena mi vede".
Ornella, però, non aveva voglia di rispondere.
"Ecco, un tu dici nulla! Mi garberebbe sapere perché tu lo guardavi a’ qui ‘mmodo".
"Livina…" le disse a un tratto, chiamandola in quel modo materno e sibillino al tempo stesso, rivolto a un infantile bisogno di conoscere.
"Livina, ascoltami…quell’uomo…è i tu’ babbo".

Livia ebbe un sussulto, e l’equilibrio sembrò mancarle. Dovette stringere con forza quel braccio a cui si aggrappava, quando l’ultima ondata – la più forte, la più violenta – fracassò con impeto la diga dei suoi ricordi. Guardò l’Elsa che correva: l’aveva vista tante volte. Ma non da quel punto. Da quella promessa di non ritorno.
Ora, alla ricerca di impronte da lei non lasciate, troppo tardi – forse – indagava sul suo passato, su cosa fosse stata, su cosa di lei quella terra conservasse. In quello scorrere piano, denso e muto, il fiume esibiva tutta la sua possanza, la ferocia con cui aveva devastato Castello: la stessa che ora, quarant’anni dopo, faceva il passato tracimarle addosso.
Da quel giorno non tornò più.
Il solo pensiero, quel pensiero, assumeva un che di blasfemo, che divenne per lei quasi proibito pensarci. Guardava da lontano, rasentava quello slargo, lasciando che i ricordi l’accerchiassero soltanto.
Non seppe per quanto continuò a pedalarci.
Non le importava, perché la disperazione non le avrebbe ridato ciò che aveva perso.
Per questo non aveva insistito.
E non avrebbe insistito ora.
Perché la vita doveva correre, anche se di poco.
Come quelle acque, sfingee, inseguivano da sempre il loro destino.
(Diego Salvadori)

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