martedì 22 marzo 2011

(Poesia) Stato apnoico


Mi piace vederlo come inizio "ideale", l'origine di prose e versi a venire. 
Ricordo tutt'ora il momento in cui l'ho scritta: Novembre 2008, prima di una lezione sul "sublime" longiniano. È venuta fuori in brevissimo tempo: dieci minuti, forse meno. 
Da molto ero alla ricerca di un silenzio perfetto, evocabile solo dalla forza delle parole. Per mesi, il titolo è ronzato nella mia testa, dopo aver letto alcune pagine sulla morte per annegamento: l’apnea – o stato apnoico – ne è la penultima fase; ma anche il momento in cui il soggetto può essere ancora salvato. Ma c'è un rimando anche alla vita intrauterina: stadio esistenziale in cui il feto mantiene “intatti” i propri polmoni, essendo legato principalmente alla madre. 
La poesia ripropone un contrasto tra due momenti, l’inizio e la fine della vita stessa, che tuttavia si fondono per formare un unico istante. La dialettica dentro-fuori/utero-terra vuole, al contempo, rimandare verso un “oltre” mondo ipotetico, dove l’apnea – spietata e calda – rende incorporea e assente qualunque cosa.
Ripensandoci, non riesco ancora a capire come una simile poesia possa aver preso forma. Questi versi, il loro accostamento, e le immagini che li popolano rappresentano un qualcosa che mai più – credo – potrò riproporre.
Sono felice, però, di esserci riuscito. Stato apnoico, oltretutto, è anche l’elaborato grazie al quale ho vinto il VI° Premio al concorso Antiche Repubbliche Marinare di Pisa. 
Proprio allora, infatti, ho capito quale fosse la strada da intraprendere.


Sanguigne brecce sopra il mio corpo.

Tutto d’intorno
il nulla assoluto.

Onde impazzite sotto ai miei piedi.
Nella mia mente
un gelido vuoto.

Acqua salmastra su scogli invecchiati:
sibilla foriera d’amori perduti.
Di furia, un cielo
Empito,
ribelle.
Pura energia:
seconda mia pelle.

Varco al di là dell’ignobile mondo.
Perdita eterna di fisico corpo.

Dolce e fatata,
mano di dea.

Morbida,
calda.

Spietata apnea.

Nessun commento:

Posta un commento